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  • Ale Torrini

La Calabria festeggia i 50 anni dal ritrovamento dei Bronzi di Riace



Oggi 16 agosto 2022 il ritrovamento dei Bronzi di Riace compie cinquant'anni e la Calabria, inserita dal Time nel World’s Greatest Places 2022, coglie l'occasione per accompagnare i turisti in un viaggio attraverso i secoli nella culla della Magna Grecia fra parchi archeologici, musei e bellezze naturali. Non mancherà la Musica: esce proprio per celebrare questo importante anniversario 'Bronzi di Riace Original Soundtrack', una colonna sonora che vede per la prima volta insieme nove compositori fondere la loro arte in un percorso sonoro, tra orchestra e elettronica, nato dalla sequenza di Fibonacci e ispirato a nove meraviglie archeologiche della Calabria. Supernova Collettive, Marco del Bene (ideatore della Soundtrack), Demiurgo, Vittorio Giampietro, Roberto Lobbe Procaccini, Massimiliano Stefanelli, Dario Vero sono gli artisti, eccellenze italiane premiate all'estero, coinvolti in questo racconto. Arte a 360 gradi e natura che si fa arte sono il fil rouge del 16 agosto, ma la Calabria punta a far mostra di sé per l'estate intera e oltre. Il tour può cominciare dalla costa ionica, da dove tutto ebbe inizio. Sybaris, a partire dall’VIII secolo a.C., è stata la prima e più popolosa colonia della Magna Grecia. È veramente un viaggio nel tempo la visita nel parco archeologico di Sibari, che racchiude resti e monumenti che coprono oltre mille anni di storia, compreso il “Toro Cozzante”, considerato dagli studiosi il reperto più importante nell’ambito della bronzistica dopo i Bronzi di Riace. Il Toro Cozzante è custodito insieme a numerosi altri reperti proprio nel Museo del parco archeologico di Sibari, poco distante. Proseguendo verso sud il tour lungo la costa ionica, si approda all’antica città greca di Skylletion, dove un tempo il più famoso dei viaggiatori della storia, Ulisse, mosse i suoi passi secondo la leggenda. Oggi i resti della città sono conservati nel parco archeologico di Scolacium, compreso il teatro di Scolacium, dal quale è possibile ammirare un panorama incantevole sul parco archeologico, essendo posto su una collina. Con il parco archeologico di Locri ecco un altro salto nella storia, ma questa volta a ritroso, fino a camminare tra i resti di una civiltà dell’età del bronzo e del ferro. La locride offre la possibilità di immergersi nella vita quotidiana dell’epoca, passeggiando tra il santuario di Demetra, la Casa dei Leoni in onore di Adone e il teatro di Locri. Si narra che il termine Magna Grecia venne utilizzato per la prima volta nell’epoca in cui gli imperi di Sibari e di Crotone germogliavano. E' il turno di Kroton, l’antica colonia greca, che oggi ospita l’antico santuario Heraion Lakinion, dedicato alla dea Hera, di cui oggi è diventata iconica la colonna che si affaccia sulle acque del mar Jonio. Distante pochi passi, il museo archeologico di Capo Colonna conserva i reperti del parco archeologico, compreso il “Diadema Aureo”, la corona che cingeva la testa di una statua della Dea Hera. Avvicinandosi sempre di più al versante sud, merita un'altra tappa la Villa Romana di Casignana, una delle ville più significative del meridione d’Italia. La villa si estende per quindici ettari e si affaccia sul mare trasformando il luogo in un vero e proprio paradiso culturale e naturale calabrese. Il viaggio prosegue oltre il versante ionico, ma prima di approdare sulle coste del Mediterraneo, vale la pena fermarsi vicino allo stretto di Messina, a Reggio Calabria, il vero punto di riferimento della Calabria. La città di Reggio Calabria ospita, infatti, il MArRC, la casa dei Bronzi di Riace, simboli della Magna Grecia e della Calabria. Il suo allestimento, oltre ai Bronzi, conta 220 vetrine, quattro livelli diversi su cui si racconta l’intera storia del popolamento umano della Calabria. Attraversato lo stretto di Scilla e Cariddi e passando così da una costa all’altra del Mediterraneo ad accogliere il visitatore c'è il parco archeologico dei Tauriani a Palmi, dove vivevano uomini di stirpe italica con una forte indipendenza. Per concludere il viaggio nel tempo intrapreso fra le perle di Calabria manca solo l’ultima tappa: quella nell’area archeologica di Hipponion a Vibo Valentia, una città fondata dai Locresi. Una località la cui importanza strategica è rimasta inalterata nei millenni. Il visitatore potrà ben rendersene conto percorrendo a piedi il parco archeologico, poco distante dalla costa del Mediterraneo.


Fonte: webinfo@adnkronos.com 12/08/2022


I Bronzi di Riace, considerati tra le testimonianze più significative dell’arte greca classica, sono due statue bronzee raffiguranti due uomini nudi, originariamente armati di scudo e lancia, divenuti simbolo della città di Reggio Calabria. Le statue sono oggi esposte al Museo Archeologico di Reggio Calabria, dove sono tornate nel dicembre 2013 dopo il restauro del museo, tutt’ora in corso. I Bronzi furono ritrovati nel 1972, in eccezionale stato di conservazione, sul fondo del mar Ionio, nei pressi del comune di Riace Marina, da un appassionato subacqueo durante un’immersione a circa 200 m dalla costa ed alla profondità di 8 m. Le ipotesi sulla provenienza, sulla datazione e sugli autori delle statue sono diverse. Risalenti probabilmente alla metà del V sec. a.C., si è supposto che i Bronzi fossero stati gettati in mare durante una burrasca per alleggerire la nave che li trasportava o che l’imbarcazione stessa fosse affondata con le statue. Un primo restauro avvenne negli anni 1975-80 a Firenze, dove, oltre alla pulizia e alla conservazione delle superfici esterne, si cominciò a svuotarne l’interno dalla terra di fusione originaria. I Bronzi di Riace sono alti 1,98 e 1,97 metri e pesano 160 kg. Raffigurano due uomini completamente nudi, con barba e capelli ricci, il braccio sinistro piegato, e il destro disteso lungo il fianco. Ambedue indossavano un elmo, impugnavano una lancia o una spada nella mano destra e reggevano uno scudo con il braccio sinistro, elementi smontati al momento dell’imbarco per permettere di adagiare sulla schiena le statue e facilitarne il trasporto. Originariamente erano ancorati alla loro base grazie ad una colatura di piombo fuso fatto fluire sia entro i piedi sia nell’incavo predisposto nella base stessa. Una volta solidificato, il piombo assunse la forma di tenoni che i restauratori dovettero asportare per penetrare all’interno della statua.

Sulle due statue si possono affermare alcuni punti fermi:


-- Le due statue sono di bronzo, dallo spessore molto tenue, tranne alcuni particolari in argento, in calcite e in rame. Sono in argento i denti della Statua A. In rame sono stati realizzati i capezzoli, le labbra e le ciglia di entrambe le statue, oltre che le tracce di una cuffia sulla testa del Bronzo B. In calcite bianca è la sclera degli occhi, le cui iridi erano in pasta di vetro, mentre la caruncola lacrimale è di una pietra di colore rosa.

-- I Bronzi di Riace sono opere originali della metà del V secolo a.C., con somiglianze tra loro talmente evidenti da rendere sicura la loro ideazione e realizzazione da parte di un medesimo Maestro.

-- Il loro stile esclude la fattura attica, ma rimanda a stilemi dorici, propri del Peloponneso e dell’Occidente greco.

-- Riguardo alle differenze cronologiche notate da molti studiosi, non si può non riconoscere come, fatta eccezione per la zona addominale e per la resa del volto, il resto del corpo delle due statue sia sorprendentemente simile, con particolari che rendono certa la realizzazione a opera della medesima mano di artista. Tale osservazione porta a considerare coeve le due statue.

-- Le due statue sono state visibili per molti anni. In epoca romana il Bronzo B fu danneggiato: si determinò la rottura del braccio destro, del quale, fatto unico a nostra conoscenza, fu eseguita una seconda fusione dopo averne fatto un accurato calco.

-- Le due statue sono state certamente eseguite ad Argo, nel Peloponneso, come ha dimostrato l’esame delle terre di fusione eseguito dall’Istituto Centrale del Restauro di Roma.

-- Delle due statue, che pure sono state esposte molto tempo, non abbiamo copie in marmo, tranne una proveniente da Roma, ora al Museo di Bruxelles, in marmo pentelico, acefala e mutila di tutti gli arti. Il ritmo compositivo sembra quello della statua di Riace, ma la mancanza di tutti gli arti e della testa non ci pare possa avere tutti i crismi della sicurezza assoluta.

-- Le due statue raffigurano due opliti, anzi un oplita (Bronzo A) e un re guerriero (Bronzo B).

-- I due Bronzi di Riace sono stati eseguiti per essere visti insieme, essendo volutamente simili, se pure diversi. In quest’ottica, sembra poco probabile che un artista, nel dovere fare un gruppo di alcune statue, le facesse tutte simili, senza giocare sui diversi atteggiamenti dei personaggi raffigurati.

-- A queste certezza, ci sembra possa fare da corollario l’ipotesi che, trattandosi di un gruppo statuario posto ad Argo, come testimoniano le terre di fusione, esso abbia a che fare con il mito dei Sette a Tebe, narrato da molti poeti e tragediografi antichi, che si pone come il “mito nazionale” argivo, mentre altrove i sette condottieri non ricevettero mai un culto pubblico come eroi.


Fonte: www.museoarcheologicoreggiocalabria.it


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